Eternit: Saviano racconta in tv la tragedia di Casale MonferratoIl
giornalista, nell'ultima puntata del programma "Quello che (non) ho", ha
rievocato la storia del comune piemontese dove si continua a morire per colpa
della fibra killer lavorata, fino al 1986, nella fabbrica della multinazionale
svizzera. L'intervento di Romana Blasotti, presidente dell'Associazione
familiari delle vittime
TORINO - "Durante la seconda guerra mondiale, quando gli aerei inglesi e
americani sorvolavano una parte del Nord Italia vedevano giù un'enorme macchia
bianca, solo un'enorme macchia bianca: quella era Casale Monferrato". E'
cominciato così - ricordando l'effetto visivo provocato dalle polveri d'amianto
depositate sull'intera cittadina piemontese - il monologo di 26 minuti dedicato
da Roberto Saviano alla parola "Eternit", ieri sera, poco dopo l'inizio
dell'ultima puntata del programma de La 7 "Quello che (non) ho".
Una delle pagine più dolorose della storia d'Italia. Ventisei minuti di
grande giornalismo per rievocare una delle pagine più strazianti e dolorose
della storia d'Italia: quella di una fabbrica che dal 1906 al 1986 - malgrado la
sua dirigenza fosse consapevole della letalità dell'asbesto (secondo la sentenza
di primo grado del tribunale di Torino, il 13 febbraio scorso, al termine del
processo contro gli ex titolari della multinazionale elvetica, Stephan
Schmidheiny e Louis De Cartier) - ha volutamente minimizzato e nascosto gli
effetti nocivi provocati sulle persone e sull'ambiente, causando migliaia di
morti e di malati. Una lista che sembra interminabile perché destinata a
incrementarsi ancora oggi e nei prossimi anni, chissà per quanto. Fino a quando
l'ultima molecola di fibra inalata - sottile, sottilissima, più di un capello -
da qualche uomo, donna o bambino innocenti terminerà il suo lungo periodo di
incubazione, esplodendo nel definitivo mesotelioma o nella definitiva asbestosi.
"Non si è voluto far sapere quanto l'amianto fosse velenoso". Il tono di Saviano
è lento e pacato e la sua narrazione intreccia - come sempre - evidenze
scientifiche a storie personali: un mix di fatti e di volti che rende il
racconto vivo, e ancora più sconvolgente. Il giornalista ha ricordato, così,
come l'amianto - fino a non molti anni fa - fosse utilizzato in decine e decine
di manufatti di uso quotidiano: fioriere, tegole, stucchi, rivestimenti, filtri
delle sigarette, tendaggi... "Quello che non si sapeva, o meglio che non si è
voluto far sapere, è quanto fosse dannoso e velenoso", ha aggiunto. Tanto che
per decenni, a Casale, nessuno sospettò il pericolo e come fosse letale - non
solo per chi vi entrava dentro ogni giorno - quel complesso di capannoni gialli
con scritto, in rosso, un nome originato dalla parola latina "eternità".
In fabbrica nessuna precauzione. "Le polveri disperse galleggiano in aria e
impiegano 24 ore prima di posarsi a terra - ha spiegato Saviano - In fabbrica
non usano alcuna precauzione. Fino agli anni Settanta si utilizzano addirittura
i forconi dei contadini per girare l'amianto lavorato". Lo scenario descritto,
seppur già denunciato dai giornali e nelle evidenze dei riscontri processuali, è
comunque impietoso nella rievocazione: filtri di protezione assolutamente
inutili e degli "pseudo" depuratori che, in realtà, rimettevano l'asbesto in
circolo, permettendogli di raggiungere qualsiasi angolo dello stabilimento.
Un paese "coperto" d'asbesto. La fibra killer diventa, così - e sta in questa
capacità di rievocazione del quotidiano la cifra stilistica autentica del
giornalista/scrittore, la sua grande capacità di rendere il dramma in tutta la
sua gravità - una presenza con cui tutto il paese, seppure all'inizio
inconsapevolmente, faceva i conti. Saviano ha ricordato i comportamenti di
alcuni operai - Anna Maria, futura malata di asbestosi, che allattava la figlia
senza neanche togliersi la tuta di lavoro - e momenti di vita cittadina, quando
prima di entrare dal fornaio ci si doveva scuotere la polvere di dosso, per non
farla depositare sulle ceste di pane. E ha ricordato la "spiaggetta" bianca, un
piccolo angolo caraibico sulle rive del Po, meta di riposo e relax sotto il
sole. In realtà quell'apparente scorcio di paradiso era costituito dai reflui
della fabbrica abbandonati: un tappeto di amianto che la dirigenza della Eternit
regalava a chiunque e che veniva usato nelle case, magari mescolato alla ghiaia
per fare i vialetti esterni o nelle intercapedini per isolare i tetti. "Era
veleno e tutti lo consideravano un privilegio", ha commentato Saviano.
Le prime denunce. "L'inquinamento da amianto ha tolto all'affetto di chi lo
amava Pier Carlo Busto". Con questa scritta sul manifesto mortuario la famiglia
di "Pica" - come tutti chiamavano quel bancario di 33 anni, amante dello sport,
che ogni sera dopo il lavoro andava a correre sugli argini del Po senza sapere
quanto fossero avvelenati dagli scarichi dalla Eternit - per la prima volta, nel
1988, scrisse a chiare lettere quello che tutti ormai sapevano, ma che avevano
il terrore di ammettere. Che quel dolore alla schiena e quella mancanza di fiato
che arrivavano a colpire all'improvviso così tante persone, non necessariamente
ex operai o ex impiegati della fabbrica, non erano semplici acciacchi o banali
fastidi, ma dei primi segnali di morte.
Il lungo cammino della giustizia. Saranno l'ex operaio Nicola Pondrano e il
sindacalista Bruno Pesce, insieme al medico Daniela De Giovanni - ha raccontato
Saviano - "a dare inizio a un'attività serrata di ricerca per dimostrare e fare
capire cos'è l'asbesto, e a chi imputare questa massa enorme di morti". E
spetterà a Michele Salvini, dell'istituto di Medicina legale di Pavia, nel corso
di una perizia alla Eternit, riuscire a scovare quei punti dello stabilimento
dove la dirigenza - sempre preavvertita sui controlli - non era arrivata a
cancellare le tracce di polvere. Fu Salvini, così, che fece aprire la prima
inchiesta: il primo passo di un lungo lavoro investigativo culminato nel
processo iniziato il 6 aprile 2009, al termine del quale il procuratore di
Torino, Raffaele Guariniello, ha ottenuto la storica sentenza di condanna a 16
anni di reclusione per Schmidheiny e De Cartier.
La "polvere" secondo Romana Blasotti Pavesi. Accanto a Salvini quella che
Saviano ha definito una "figura fondamentale": Romana Blasotti Pavesi, la
presidentessa dell'Associazione familiari vittime dell'amianto. Appena nominato
il nome, i riflettori dello studio allestito nelle Officine Grandi Riparazioni
si spengono sul giornalista, per riaccendersi su una donna di 83 anni, minuta,
in piedi davanti al leggio. La voce le trema solo un attimo, quando la voce
pronuncia la parola di cui ha scelto di parlare in trasmissione: "polvere". Poi
legge - composta, pacata, dignitosa - il suo testo, che riportiamo
integralmente.
"Polvere. Era come la sabbia, fine, finissima. Era ancora più fine della sabbia.
Quella c'era per terra: un dito di polvere, anche di più, dappertutto. Tutti
camminavamo sulla polvere. La polvere non aveva colore ed era talmente
impalpabile che noi magari la vedevamo, ma non sapevamo proprio che c'era,
perché non è che si vedeva proprio: era stesa su tutte le cose. I davanzali
erano tutti i giorni da spolverare. Le piante e gli alberi: bisognava ben ben
toccare le foglie con le dita per arrivare al colore reale. Quando cadeva, la
pioggia puliva la polvere. La lavava via dalla strada, dalle macchine, dalle
piante. La disperdeva. I lavoratori dentro la fabbrica, nella mezz'ora di
riposo, mangiavano il panino con la polvere. La tuta di mio marito era blu non
scurissimo, ma non proprio azzurra: un colore che andava in quegli anni. C'erano
i pantaloni con la pettorina e, sopra, la giacca. Sul petto, a destra, c'era
cucita la scritta Eternit. L'ho lavata tutti i giorni, per 18 anni, quella tuta:
prima a mano nel mastello, poi con la lavatrice. Come tante altre donne. Mio
marito, Mario Pavesi, è entrato all'Eternit nel 1958. "Come entrare in banca",
dicevamo a Casale in quegli anni. Mio marito è morto il 17 maggio 1983. Di
mesotelioma pleurico provocato dalla polvere di amianto. Dopo di lui, per lo
stesso male, se ne sono andati mia sorella Libera, mia cugina Anna, mio nipote
Giorgio e ultima, nel 2004, mia figlia Maria Rosa. Nella zona di Casale
Monferrato, dagli anni Sessanta a oggi, sono morte per malattie legate
all'amianto circa 1800 persone. Il 13 febbraio di quest'anno il Tribunale di
Torino ha condannato a 16 anni i due proprietari della Eternit per disastro
doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche".
(Luca Saitta)
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