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18/02/2005
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I test neurocomportamentali in medicina del lavoro: fra
diagnostica e prevenzione
Introduzione
I test neurocomportamentali, derivano da due approcci psicologici diversi: i
test
neuropsicologici tradizionali, utilizzati per la diagnosi di disfunzioni cerebrali, e la
psicologia sperimentale cognitiva,
che studia i normali processi cognitivi e di apprendimento (Fiedler 1996). Una breve disanima dei progenitori degli strumenti attualmente
utilizzati nella valutazione degli effetti conseguenti ad esposizioni a sostanze neurotossiche può facilitare la
comprensione delle loro caratteristiche e delle diverse possibilità di utilizzo.
Un test psicologico, secondo le attuali definizioni (Anastasi, 2002), "consiste
essenzialmente in una misurazione obiettiva e standardizzata di un campione di comportamento".
Gli psicologi
sperimentali del
XIX secolo non erano tanto interessati alla misurazione delle differenze individuali
(una delle funzioni principali attualmente attribuite ai test psicologici), quanto alla descrizione generale del
comportamento umano. I problemi studiati nei loro laboratori (es. a Lipsia, nel laboratorio di Wundt) erano soprattutto
connessi con la sensibilità agli stimoli visivi, uditivi e
altri stimoli sensoriali, e con i tempi di reazione semplici. Questo rilievo dato ai fenomeni sensoriali si riflesse sulla natura
dei primi test psicologici. È interessante notare come già a quest’epoca siano presenti
alcune delle tematiche che si ritroveranno poi nei metodi neurocomportamentali, dai tempi di reazione, fra i test
più diffusi in assoluto, ai test neurofisiologici, verso i quali sono maggiormente concentrate le risorse della ricerca
in quest’ultimo periodo.
Già i primi esperimenti psicologici misero in evidenza la necessità di controllare in modo rigoroso le condizioni
nelle quali venivano compiute le osservazioni, e di ricorrere per tutti i soggetti a condizioni standardizzate.
Se i primi psicologi sperimentali (Galton, Catell, Kraepelin, etc) ritenevano possibile misurare le funzioni intellettuali
per mezzo di test di discriminazione sensoriale (forza muscolare, velocità di movimento, sensibilità al
dolore, acuità visiva e uditiva, etc.) e dei tempi di reazione, altri, primo fra tutti Binet, cercarono di realizzare strumenti
per la misura dell’intelligenza, tramite la misurazione diretta di funzioni intellettuali complesse: nel 1905
comparve la prima scala Binet-Simon. Negli anni successivi venne pubblicata un’altra scala per la misurazione dell’intelligenza,
la Wechsler-Bellevue
Intelligence Scale (1939), a partire dalla quale venne poi sviluppata l’attuale
WAIS-Wechsler
Adult Intelligence Scale,
suddivisa in una scala di performance e una verbale.
La WAIS e molti dei suoi test sono tuttora ampiamente utilizzati da psicologi, neupsicologi e all’interno di batterie di test
neurocomportamentali. Un altro campo di applicazione dei test psicologici riguarda
gli aspetti emotivi del comportamento, attraverso valutazioni della personalità. Kraepelin, nel 1892, valutò
gli effetti psicologici della stanchezza, della fame e della assunzione di stupefacenti attraverso uno dei primi test di
personalità, il "test di libere associazioni".
Possiamo ravvisare in questi primi esperimenti un interesse verso la misurazione
di quanto caratteristiche del mondo esterno ("ambiente") siano in grado di provocare effetti nei
soggetti "esposti". L’altro "progenitore" degli attuali test
neurocomportamentali va identificato con la neuropsicologia. Anch’essa parte da una definizione di comportamento,
quella formulata da Cartesio, che riconosceva due livelli fondamentali del sistema nervoso, uno inferiore e uno superiore:
la neuropsicologia è quella disciplina che studia con mezzi sperimentali i processi che nello schema cartesiano
(fig. 1) appartengono al livello mentale (Danes e Pizzamiglio, 1996). Una prima evoluzione della disciplina neuropsicologica
(fine ‘800-inizi ‘900) terminò nella formulazione di teorie
comportamentiste, partite dagli studi di Broca, Wernicke e rafforzate dagli esperimenti russi di Pavlov (1927) e americani
di Thorndike (1932) e Watson (1914). Secondo tali modelli il cervello risultava organizzato secondo una precisa
corrispondenza fra aree cerebrali e funzioni sottese, il compito del neuropsicologo non era più quello di spiegare
le funzioni mentali, la cui esistenza veniva negata, ma
consisteva nel localizzare le aree in cui avvenivano le associazioni responsabili dei vari comportamenti. Nel dopoguerra
si riapre il problema mente-cervello, negli anni Settanta del secolo scorso la neuropsicologia si evolve da comportamentista
a cognitivista: da un problema di localizzazione neurologica si passa ad un problema che concerne l’attenzione,
la rappresentazione mentale ed i rapporti che questi termini "mentalistici" hanno con l’organizzazione
neurofisiologica cerebrale. In Italia, a causa del clima storico-culturale neoidealista che riteneva la psicologia una
pseudoscienza, l’area delle funzioni cognitive divenne appannagio dei neurologi, che allora si occupavano dello studio della
malattia mentale e nervosa. In altri paesi, quali ad esempio l’Inghilterra, la presenza di forte tradizione di psicologia
sperimentale fece sì che fossero gli psicologi, più che i
neurologi, ad interessarsi a tali argomenti, e qui si sviluppò l’approccio cognitivista alla disciplina, che sosteneva la
necessità di costruire modelli teorici per spiegare il normale funzionamento della mente umana.
continua
>> (30 pagine in PDF)
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18/02/2005
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La
sentenza della settimana: INFORTUNIO IN AEROPORTO
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... nell'accedere
ai locali della vecchia aviorimessa di reparto, destinato alla lavorazione dei
velivoli in dotazione, accompagnandosi ad altro pilota, constatava di persona lo
scivolamento di quest'ultimo su di una piccola macchia di liquido sparso sul
pavimento. Nonostante avesse accertato, dunque l'esistenza di un evidente,
occasionale residuo, anziché adoperarsi con diligenza per rimuovere l'anomalia,
fermandosi, anche in forza delle funzioni a lui assegnate di "addetto alla
sicurezza" del posto di lavoro, ometteva qualsiasi iniziativa in tal senso
e si allontanava dall'hangar insieme al collaboratore, pur visibilmente
claudicante per l'infortunio dirigendosi verso l'aerostazione civile ...
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alla sentenza per esteso >>
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