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20/01/2004
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Anziani,
salute, lavoro - Anche i
non addetti ai lavori sanno che la popolazione è
oggi significativamente più anziana, in media, di quanto non
fosse, non si dice ai tempi dei Romani, ma anche, poniamo, all’inizio
del secolo XX. In ogni caso,
da un lato la progrediente vittoria nella lotta
contro la mortalità infantile e le malattie infettive, dall’altro
le migliorate condizioni di vita e di lavoro, tendono da
molti decenni - nei Paesi a più elevato reddito medio -
a far avanzare l’età media della popolazione cioè, in definitiva,
a prolungarne la vita. D’altro
canto, negli anni sessanta del secolo testé trascorso i
centenari negli Stati Uniti si contavano a migliaia e
già nei primi anni novanta erano divenuti decine di migliaia. Se
il trend, cioè la tendenza, si manterrà, tra meno di
un quarto di secolo i centenari statunitensi si conteranno a
centinaia di migliaia e tra meno di mezzo secolo saranno milioni,
almeno secondo le "proiezioni" che fanno la gioia
degli statistici e che spesso azzeccano, quando sono a
breve termine. L’evidente
invecchiamento delle popolazioni umane ha numerose
implicazioni, alcune ovvie, altre meno evidenti per
l’osservatore superficiale.
Ad esempio, è ovvio che da un punto di vista spietatamente -
e anche affrettatamente - egoistico, può apparire negativo
il dato della sopravvivenza di soggetti che la cieca selezione
"naturale" destinerebbe ben altrimenti: d’altro canto,
è vero che alcuni di tali soggetti si sono resi autori di
gesta che hanno fatto rimpiangere il Monte Taigeto da
cui gli spartani costumavano precipitare i neonati deformi;
ma è anche vero che tanti altri hanno invece provveduto
all’umanità insperate conquiste che - nei grandi numeri
- tendono a riportare in parità il bilancio dei profitti
e delle perdite. Ma un altro
è il punto che ci interessa indagare: l’invecchiamento generale
della popolazione, quale almeno si verifica
nelle nostre contrade, comporta anche, evidentemente, l’invecchiamento
della popolazione lavorativa e appare
interessante domandarsi quali ripercussioni la cosa porti
con sé. Non vogliamo -
perché non possiamo: non ne abbiamo le
capacità - trattare il tema delle ripercussioni di ordine economico,
che nelle grandi linee sono però ovvie agli occhi di
tutti: anziano significa pensionato e poiché da noi la passata
nostra allegra finanza ha abbondantemente speso il capitale
i cui interessi avrebbero dovuto servire a corrispondere le
pensioni, accade che siano i cittadini in attività a
pagare le pensioni dei cittadini in quiescenza. Orbene, è ovvio
che sino a quando molti erano gli occupati e pochi i pensionati
la cosa - pur francamente immorale dal punto di vista
di una sana economia - era tollerabile, ma è altrettanto ovvio
che tutto ciò diviene sempre più intollerabile man mano
che diminuisce il rapporto tra i cittadini in attività e i
cittadini in quiescenza (ai quali debbono poi sommarsi i cittadini
più o meno volontariamente disoccupati). Il cittadino che
eventualmente ignori il significato di vocaboli quali
"trend", "inflazione", "p.i.l." e simili comprende
benissimo che questo è il
vero "nodo" del problema della cosiddetta "riforma
delle pensioni". Naturalmente, lo comprende se
è fornito di un minimo di materia grigia, l’unica vera
"materia prima" di ogni umana intrapresa, secondo l’opinione
che più volte abbiamo sostenuto. L’impressione
di chi parla è che i nostri governanti del passato
negli anni si siano condotti con tutti noi come se tutti
noi di quella certa materia prima fossimo carenti, anche se
moltissimi di noi questa antifona la compresero così bene
che sin dagli anni ottanta cominciò ad aumentare il numero
delle assicurazioni private destinate a integrare le pensioni
INPS e statali. Come si diceva, non è questo il "rischio"
di cui si vorrebbe qui trattare, ma il nostro dire ci sarebbe
sembrato monco senza questo sasso lanciato preliminarmente nello
stagno.
Uno dei nostri peccati di penna si titola appunto Sassi nello
stagno (4): ci riconosciamo pertanto recidivi, subitamente ci
"pentiamo" e confidiamo pertanto in un benevolo perdono.
In ogni caso, passiamo a
trattare di fattori di rischio più in
linea con il tema che ci è stato affidato. Innanzi
tutto, è chiaro che il fatto di disporre di una forza-lavoro che mediamente è
più anziana, e quindi meno prestante,
di quella di un tempo, non è cosa priva di significato pratico,
tanto più che tale forza-lavoro di oggi è, diciamo così,
ingentilita, cioè arricchita di una quota di personale femminile
ben più consistente rispetto a un tempo. Epperò,
l’uomo ha ormai imparato - irreversibilmente, diremmo
- a farsi coadiuvare nel suo lavoro da quei moderni tuttofare
che sono le macchine e quindi mediamente la
fatica fisica del lavoratore manuale di oggi non è paragonabile a
quella del lavoratore di un tempo. Anzi, noi oggi consentiamo
con Platone che asseriva essere il lavoro più
affaticante, e in particolare quello usurante, indegno dell’uomo libero e da
riservarsi agli schiavi: ovviamente, dissentiamo
dal filosofo circa il reclutamento degli schiavi, termine
che noi riserviamo alle macchine. Lungi
da noi il voler far credere che la fatica fisica sia oggi
abolita o, peggio ancora, l’insinuare tout court che sia
abolita la fatica: il sudore della fronte è sempre attuale e
la quota di impegno fisico che oggi è assorbita dalle macchine
è purtroppo compensata da un impegno psichico che
fa sempre più emergere un altro spettro, neppure nuovo
in verità: la fatica mentale. Vogliamo solo prospettare che
fortunatamente a un invecchiamento della popolazione lavorativa
corrisponde un certo alleviamento della fatica
fisica e che la fatica mentale sempre più emergente è
un portato dei nostri tempi che a conti fatti risulta più
sopportabile da parte di persone cui l’avanzare degli anni
ha appunto insegnato a tollerare altri tipi di fardelli rispetto
a quelli comportanti mero impegno fisico, appunto più
congeniale ai giovani. Si
deve d’altro canto precisare che oggi non vi è medico -
anche se non portatore di patente di "geriatra" o "di psicologo
della terza età" o d’altro ancora - che non condivida la
tesi circa l’opportunità che l’anziano continui a svolgere
l’attività produttiva - di beni o di servizi - di cui risulti capace.
L’inattività è infatti oggi vista come la più prossima
anticamera della morte, mentre quanto di meglio vi
possa essere per l’anziano è precisamente un’attività commisurata
al suo complesso somato-psichico (in soldoni: al
complesso corpo-mente). Tale attività deve essere sia ludica
(in particolare in acqua e sovrattutto in ambiente opportunamente protetto
e se del caso assistito, come la piscina), sia
- quando occorra - riabilitativa (in vasca terapeutica), sia
- sempre - propriamente produttiva, di beni o servizi, con
impegno confacente alle attitudini del soggetto. I
temi dell’età biologica e del mantenimento della salute verranno
trattati, come da programma, nel corso della mattinata
e nel pomeriggio, né è intenzione di chi parla in questo
momento anticipare indebitamente i contenuti delle relazioni
che seguiranno. Semplicemente, ci prendiamo la
libertà di sottolineare come nel rovescio di quella medaglia che
chiamiamo "civilizzazione" figuri (o, meglio, "sfiguri") un
invecchiamento della popolazione che troppo spesso
è caratterizzato da una qualità di vita stridentemente lontana
dalla nota definizione di "salute" dell’Organizzazione nazionale
della Sanità (O.M.S.). Quest’ultima, forse
nel 1948 fu alquanto ottimista nel puntare, in tema di salute,
su uno "stato di benessere fisico, psichico e sociale e
non sulla sola assenza di malattia": in ogni caso, il prolungamento della
vita media della popolazione non deve accompagnarsi
a uno scadimento della qualità della vita. Per
questo motivo non ci piace l’espressione "invecchiamento della
popolazione" per la connotazione tendenzialmente negativa
del vocabolo "invecchiamento" (al quale preferiremmo,
ad esempio, il più ottimistico "maturazione"):
infatti, nelle relazioni della mattinata e del pomeriggio si
porteranno contributi mirati al disegno progettuale suddetto,
cioè a dare - secondo un modo di esprimersi forse abusato
ma certamente efficace - "non solo più anni alla vita
ma anche più vita agli anni". Volutamente
rimettendo alle relazioni che seguiranno i temi
concernenti le attività ludiche e l’impegno riabilitativo, vorremmo
qui spendere qualche parola in tema di attività lavorativa
propriamente detta. Il problema è molto delicato perché
se è vero che l’inattività è per l’anziano quanto si
è detto sopra (la più prossima anticamera della morte) è
anche vero che le persone anziane sono di regola particolarmente sensibili
ai vari fattori di rischio presenti nei vari
ambienti di lavoro. In ogni
caso, molti degli uomini e tutte le donne che hanno
nei nostri lidi superato l’età della pensione svolgono ulteriore
attività lavorativa prevalentemente in quella peculiare
azienda che è l’azienda casa. Sembra pertanto corretto
accennare ai pericoli che si annidano nelle nostre case,
che non sono quelle oasi, quei nidi sicuri che l’ottimismo del
poeta si figura e ci figura. Che
l’azienda casa non sia sempre una fortezza inespugnabile è
dimostrato dalla cronaca di tutti i giorni, che appunto quotidianamente
racconta quanto il codice penale rubrica
come furto, rapina, effrazione, scasso eccetera, né è
dunque il caso di dilungarsi in argomento. Meno
universalmente noto è il secondo fatto, cioè l’essere la
nostra casa un luogo ricco di pericoli.
A Pavia a partire dal 1983
abbiamo dedicato a questi temi tre interi Congressi (1,2,7)
dai quali è venuto tra gli altri un dato sconvolgente che
è poi rimbalzato in tutta Italia; chiediamo dunque
di comunicare un segnale che raccomandiamo alla Loro
memoria: in Italia gli infortuni mortali in ambito industriale e
agricolo mediamente non toccano i 2000 casi all’anno,
mentre gli infortuni mortali domestici sono stimabili in
circa 6000 casi. Come dire che in casa si muore per
accidente tre o quattro volte più che sul lavoro. Da rilevare che
al primo posto tra le cause risultano le cadute. D’altro
canto, la casa non è solo un rifugio, ma è anche un’azienda
nella quale - per parlare nel gergo degli economisti -
si producono sia beni che servizi e nella quale per altro
l’organizzazione del lavoro, la prevenzione dei danni da
lavoro, la copertura assicurativa, la remunerazione, lasciano molto
a desiderare. Tutto ciò si ripercuote in particolare su
quella componente sociale "debole" per definizione che
è rappresentata dagli anziani, i quali in ambito domestico
risultano particolarmente sensibili ai vari fattori di
rischio appunto individuati nelle nostre case, fattori di rischio
che classifichiamo fisici, chimici e biologici. Per
non rischiare di tediare, evitiamo di elencare gli svariati
rischi che sono presenti nelle nostre case, rischi che
ripetutamente abbiamo proposto divengano materia di insegnamento
nella scuola dell’obbligo a cominciare dalle classi
elementari, poiché le statistiche di cui siamo a conoscenza dimostrano
appunto che mediamente l’azienda casa è
un sito produttivo molto lontano dalla visione ottimistica diffusa
("pericolosamente" oggettiviamo anche qui). Chiediamo
invece di leggere un passo che in tema di età
pensionabile scrivemmo negli anni ottanta del secolo testé
trascorso, cioè in epoca non sospetta di coinvolgimento personale
di chi parla in questo momento: "…teniamo a
sottolineare che proprio il dato dell’invecchiamento della
popolazione lavorativa rende inattuali i limiti di età dai
quali molti lavoratori - manuali e no - sono oggi "colpiti" (questo
è il termine che la fredda burocrazia adotta, con
un realismo non sappiamo sino a che punto volontario, del
quale comunque dobbiamo dare atto). Orbene, è oggi accertato
che chi è privato del proprio lavoro può andare incontro
a tutta una serie di negative ripercussioni sulla salute, in
quanto un lavoro sano e gratificante è essenziale per
una vita equilibrata e completa (per inciso: un lavoro insano,
e non gratificante, per il medico del lavoro semplicemente non
è un lavoro ma una attività da riservare, come si
è detto, agli schiavi moderni cioè alle macchine). Non
si vede quindi perché si tenda oggi da parte di molti a guardare
con favore all’abbassamento dell’età pensionabile e
come non si comprenda che il traguardo deve invece essere
una radicale, rivoluzionaria trasformazione del lavoro, tale
da privarlo di tutte le componenti che lo rendano complessivamente
non desiderabile e tale quindi da non invogliare
a una mortificante, lesiva inattività persone attive, esperte,
capaci, che rappresentano un inalienabile patrimonio per
la collettività. Tanto più che queste persone, precocemente
allontanate dalla vita attiva e indebitamente condannate
a una sorta di morte civile, trovano non di rado -
diremmo "per loro fortuna" - un "mercato", nero, sommerso,
che le assorbe e felicemente le gratifica, ma limita comunque
le possibilità di inserimento delle giovani leve,
anche perché tale mercato nero è appunto sommerso, cioè
assolutamente non pianificato. In
sintesi ci appaiono illogiche, antieconomiche e, al limite, francamente
immorali sia la pratica di occupare gli anziani
in attività "selvagge", cioè non pianificate, sia la scelta
di dar spazio ai giovani verso un lavoro che non sempre
è desiderabile o desiderato. Il
notissimo scrittore russo Dostoevskij (o Dostoievskij che
dir si voglia) ebbe a scrivere che considerava immorale vivere
oltre i quarant’anni: purtroppo egli ne visse solo sessanta
e il ciclo delle sue opere immortali si apre nel 1866
- con Delitto e castigo - quando Egli ha 46 anni. Anche il
grande clinico statunitense Osler si ritira dall’attività all’età
di 50 per lasciare la cura dei malati ad altri, più giovani e
validi, dei quali si è però perduta la memoria, mentre la
particolare teleangectasia di cui sono eponimi Rendu e
Osler è nota anche agli studenti, di medicina. "Noi
che viviamo alle soglie del terzo millennio - scrivemmo, lo
ripetiamo, nel 1980 (3) - ci inchiniamo con struggente
rispetto al travaglio di quei sommi e di tutti gli altri,
grandi e piccoli, che ci hanno preceduto e ci hanno così
consentito di arrivare sin qui. Nel contempo affermiamo però,
con forza, il nostro dissenso verso qualsiasi programma di
"largo ai giovani" che sia ottenuto attraverso l’istituzione
di una sorta di novello, grottesco Taigeto dal quale
si precipitino non neonati deformi, ma persone valide" (3).
Bibliografia
1) Biscaldi G, Moscato G (a cura di). Atti 2°
Convegno nazionale "Rischi domestici e loro
prevenzione", Pavia 21 marzo 1987. Giornale italiano di medicina del lavoro
1986; 8: 177-254.
2) Biscaldi G, Moscato G (a cura di). Atti 3° Convegno nazionale "Rischi
domestici e loro prevenzione", Pavia 18-20 marzo 1990. Giornale italiano di
medicina del lavoro 1989; 11: 97-200.
3) Candura F e AR. Vecchi e giovani; da "Briciole e frammenti",
Editrice Aurora, Pavia 1980, pagg. 103-107.
4) Candura F e AR. La casa come rifugio e come azienda; da "Ventritré
sassi nello stagno". Editrice Aurora, Pavia 1986, pagg. 1-8.
5) Candura F. Anziani al lavoro e danni conseguenti; da "2 saggi 2".
Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1992, pagg. 7-21.
6) Candura F. Anziani al lavoro; Civiltà ambrosiana, 2002; 19: 97-99.
7) Franco G, Biscaldi G (a cura di). Atti del Convegno "Rischi da lavoro
domestico e loro prevenzione", Pavia 25 marzo 1983. Ed. Università degli
Studi di Pavia, Scuole di specializzazione in Medicina del lavoro,
in Allergologia, in Psicologia.
Autori: F.
Candura - Università degli Studi di Pavia - A.R.
Candura - Fondazione Salvatore Maugeri, Clinica del Lavoro e della
Riabilitazione, IRCCS
Richiesta estratti: Prof. F. Candura - Fondazione S. Maugeri, Clinica del Lavoro
e della Riabilitazione, IRCCS, Istituto di Pavia - Università degli Studi di
Pavia - Via A. Ferrata, 4 - 27100 Pavia, Italy
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