|
30/09/2003
|
SINDROME DI LEBER
E IDONEITA’ ALLA MANSIONE DI VIDEOTERMINALISTA. DESCRIZIONE
DI UN CASO CLINICO - Introduzione
- A seguito della
pubblicazione del Decreto 422/00 (modifiche al titolo VI del D.L. 626/94) una
azienda privata genovese,
inviava al Medico Competente il videoterminalista F.M. 47enne che, nel corso
dell’indagine anamnestica,
dichiarava di essere affetto da "Sindrome di Leber ". Scopo
dell ’articolo è la descrizione di questo particolare caso clinico, preceduta
da un breve cenno sulla rara Sindrome.
La Sindrome di
Leber
Si tratta di una neuropatia ottica ereditaria, descritta per la prima volta da
T. Leber nel 1871, che colpisce generalmente
uomini tra i venti e i trent ’anni, anche se la malattia può esordire a
diverse età e più raramente nelle
donne. Solitamente la
Sindrome colpisce prima un occhio poi l ’altro con comparsa di uno scotoma
centrale: dopo alcune
settimane di peggioramento del visus, che può arrivare ad 1/100, il deficit si
stabilizza e soltanto in rari casi,
in relazione al tipo di mutazione genetica, si assiste ad un miglioramento
significativo. Tra i fattori
ambientali predisponenti la malattia, o determinanti una variabilità clinica,
sono stati individuati il forte
consumo di tabacco e di alcolici.
Descrizione del
caso clinico
Il lavoratore, impiegato videoterminalista addetto alla cassa ed allo
smistamento postale, subiva nel luglio 1997 un
improvviso calo visivo in OS con "restringimento del campo visivo " e
progressivo peggioramento del visus fino
a OD:1/50 e OS:1/100. Diagnosticata
una "sclerosi multipla ", associata a "Sindrome di Leber",
il lavoratore effettuava controlli specialistici
semestrali presso un Istituto genovese per ciechi ed ipovedenti, frequentando
anche un corso di formazione
per l ’utilizzo della tastiera. L’Azienda
Sanitaria Locale forniva un videoingranditore (Alladin) per documenti,
banconote, ecc., mentre l ’Azienda
si dotava del programma Zoomtest xtra 7.0, che permette l ’ingrandimento a
tutto schermo da 2 a 16 volte.
All ’atto della raccolta
anamnestica, il lavoratore negava sintomatologia astenopica, riferendo cicli di
terapia con Interferone Beta
e Idebenone. Il test di funzione visiva confermava l ’esistenza del gravissimo
deficit visivo, ma l ’esame
obiettivo evidenziava buone condizioni generali con sufficiente autonomia e tono
dell’umore accettabile. La
postazione di lavoro, indagata nel corso del sopralluogo (art.17.1,h D.L.
626/94), si rivelava conforme alle indicazioni
del Decreto Ministeriale 2/10/2000.
Considerazioni
e conclusioni
Nel 1990 Bergamaschi et Al. consideravano non idonei permanentemente al lavoro
al videoterminale i soggetti che
non possiedono un visus di almeno 4/10 corretti per ciascun occhio, mentre
Apostoli et Al. hanno proposto nel
1998 la "non idoneità" per un residuo visivo binoculare, con la
migliore correzione, inferiore a 2/10, "salvo mansioni
ad hoc ". Nel nostro
caso proprio le mansioni ad hoc, insieme all ’adozione di una adeguata
strumentazione di supporto in un
contesto ergonomicamente valido, si sono rivelati la carta vincente. Il
ruolo del Medico Competente è stato quello di infondere fiducia sia nell’operatore
che nel S.P.P. aziendale, incoraggiando
l ’azienda a proseguire la strada della valorizzazione della minima funzione
visiva residua, mentre l ’azione
"formale " si è limitata alla delimitazione dei tempi di esposizione
(meno di 4 ore al dì), con raccomandazione
all ’alternanza delle mansioni (monitor 17 ", videoingranditore,
telefono, ecc.) ed a pause più frequenti
(10 min/ora) in una giornata lavorativa di 6 ore. A
distanza di 5 anni dall ’insorgenza del gravissimo deficit visivo, il proficuo
reinserimento lavorativo costituisce
motivo di speranza e di gratificazione per il lavoratore, ma anche di
soddisfazione da parte dell’azienda,
che ha visto il proprio impegno ripagato dalla buona produttività del
lavoratore. In conclusione il
caso dimostra che anche una gravissimo handicap della vista è compatibile con l’attività
al videoterminale, se esiste
una forte motivazione comune nell’affrontare una "idoneità difficile
".
Autori: P.
Santucci *, E. Massaferro *, D. Dassio **
*A.N.M.A. Liguria (GENOVA), **U.O.A. Oculistica ASL n. 16 Mondovì-Ceva (CN).
|
|
30/09/2003
|
DALL’ANALISI
DEI PROCESSI DI LAVORO AL SISTEMA DI GESTIONE DELLA SICUREZZA - L’ESEMPIO
DELLA MOVIMENTAZIONE DEI PAZIENTI - Nell’Azienda
Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, che comprende 8 ospedali con più
di 7000 dipendenti, dal 1996
si è andata strutturando una strategia generale per la sicurezza improntata
sulla gestione dei rischi. Gli
obblighi derivanti dal D.Lgs. 626/94 sono stati interpretati come un ’opportunità
per perseguire anche gli obiettivi
in materia di miglioramento continuo della qualità. Il
Nucleo di Prevenzione e Protezione e il Nucleo del Medico Competente sono
strutture di staff finalizzate a supportare
l ’organizzazione aziendale nella ricerca delle soluzioni ai problemi relativi
ai rischi per la salute degli
operatori, operando nella prospettiva di un Sistema di Gestione della Sicurezza
e della Prevenzione che coinvolge
tutto il sistema di gestione aziendale in un ciclo di controllo ricorrente di
analisi - formazione intervento - verifica.
Insieme hanno progettato un
documento di valutazione dei rischi di reparto, la cui compilazione viene
affidata ad ogni singola
Unità Operativa come obiettivo di budget. Partendo
dall’assunto che il lavoratore è il miglior conoscitore dell’attività e
che è solo dall’interno, che un processo
di lavoro può essere adeguatamente analizzato, progettato e modificato, la
compilazione del documento ha
previsto la responsabilizzazione di tutti i dirigenti e il coinvolgimento dei
preposti e dei lavoratori
nell’analisi dei processi di lavoro tramite l ’applicazione del Metodo delle
Congruenze Organizzative.
(1)
In ogni reparto è stato redatto un documento analitico, in quanto scompone e
studia le varie fasi della realtà lavorativa
e dinamico, in quanto aggiornabile nel tempo. L’analisi
fornisce informazioni utili agli operatori della prevenzione, può essere usato
come guida nel sopralluogo e
per la quantificazione tecnica dei rischi e, individuando tempi e modalità di
esposizione permette di
delineare i profili di rischio delle fasi di lavoro consentendo la
ricollocazione di soggetti con limitazioni sulla base
del giudizio di idoneità che il medico competente formula, avvalendosi nei casi
dubbi della collaborazione di
specialisti. Specialisti
delle varie discipline sono coinvolti in gruppi tecnici aziendali dove hanno
sviluppato un linguaggio comune
con i medici competenti. Il
gruppo tecnico aziendale sulla movimentazione dei carichi, che vede la
partecipazione di: medici competenti, fisiatri,
fisioterapisti, dirigenti infermieristici, infermieri e tecnici della
prevenzione e organo di vigilanza ha elaborato
un protocollo per la formulazione dei giudizi di idoneità. Il
protocollo, partendo dalle indicazioni del Documento del Coordinamento delle
Regioni, affronta alcuni aspetti
critici della formulazione del giudizio di idoneità, applicando alcune
variazioni data la specificità dei lavoratori
della sanità e, grazie anche all ’esperienza maturata nel settore specifico
in questi anni, è stato possibile
tracciare un percorso differenziato, che tiene conto di alcune variabili, legate
alle problematiche diagnostiche
delle patologie di interesse. In
alcuni punti del protocollo è prevista la consulenza specialistica del fisiatra
affinché il medico competente possa
acquisire ulteriori elementi diagnostici per una più precisa definizione della
patologia al fine dell’espressione
del giudizio di idoneità. L’analisi
dei processi consente la comparazione di diverse soluzioni organizzative,
relative ad una medesima
situazione di lavoro, offrendo la possibilità di confrontare scelte
alternative, anche proposte dai lavoratori stessi, finalizzate
ad attuare strategie di controllo dei rischi adeguate. Consente
inoltre l ’individuazione degli interventi da richiedere alla direzione, delle
modifiche alle procedure ai fini
della sicurezza e della qualità e facilita l ’inserimento in ambiente idoneo
dei soggetti portatori di limitazioni.
(2)
In altre parole l ’analisi dei processi di lavoro dell’unità operativa
permette di documentare contemporaneamente:
le attività svolte (es.: spostamento del paziente dal letto alla carrozzina), i
pericoli (es.: movimentazione
di persona non collaborante), i rischi correlati (es.: sovraccarico funzionale
del rachide), le misure di
prevenzione e protezione adottate (es.: dotazione di ausili idonei e formazione
sul campo al loro utilizzo),
la situazione di come si opera al tempo della descrizione (es.: misure adeguate
o presenza di rischio residuo),
le misure possibili di miglioramento con l ’individuazione delle priorità,
dei soggetti responsabili e dei tempi
di attuazione di tali misure. La
discussione dei vari documenti in sede di riunione di reparto permette di far
emergere le incongruenze organizzative,
cioè le problematicità e costruisce nel contempo partecipazione, consenso e
condivisione delle strategie
di miglioramento. Il personale consapevole delle proprie attività è più
coinvolto e più collaborante ed è orientato
a riconoscere il proprio benessere come un obiettivo perseguibile
contemporaneamente a quello del miglioramento
continuo della qualità dell ’assistenza al paziente. Più
in generale questa consapevolezza porta ad un lavoro fondato su consultazioni
aperte, coinvolgenti, piuttosto
che su decisioni di vertice. La conoscenza approfondita del proprio lavoro, che
si completa ed esalta durante
la compilazione del documento di analisi del lavoro organizzato, permettendo di
individuare i bisogni formativi
espressi dagli operatori stessi e preparando un terreno predisposto al
cambiamento, è anche l ’elemento
cardine per la formazione. Nello
specifico delle attività di informazione e formazione circa il rischio di
sovraccarico della colonna vertebrale
nei lavoratori esposti alla movimentazione manuale dei carichi (Tit.V. del
DLgs.626/94), le attività del
Nucleo del Medico Competente sono state integrate con quelle dell’U.O. di
Medicina Fisica e Riabilitazione.
Si è predisposto un libretto
informativo che costituisce il materiale di consultazione anche nei primi
momenti d’aula, in cui si
sono tenute delle vere e proprie lezioni frontali, che hanno dato il loro
contributo almeno in quanto a
trasmissione di concetti ed informazioni.
(3)
Ben presto i formatori hanno
avvertito la necessità di passare dall’insegnamento all’apprendimento
attivo, tenuto conto dell’aspetto
critico che i processi d’aula generalmente non superano, come la difficoltà
di introdurre cambiamenti
nelle metodologie di lavoro e raggiungere l ’obiettivo della formazione. Infatti,
per esempio, era stato rilevato che nell’esecuzione delle manovre che
riguardavano l ’assistenza ai
pazienti ricoverati, considerate sovraccaricanti per la schiena, in molti casi
non veniva usato il sollevatore, per altro
già in dotazione nelle varie unità operative e proposto da tempo nei corsi di
informazione. Ci si è resi
conto che l ’informazione doveva lasciare il posto alla formazione sul campo,
sapendo che incontrare persone
in aula significa essere di fronte a persone con schemi e modelli cognitivi già
acquisiti, con le quali dobbiamo
condividere la convinzione che il processo formativo è un’attività di
sviluppo delle proprie potenzialità
in ambito lavorativo. L’azione
formativa è indispensabile per sostenere processi di cambiamento organizzativo
che passano attraverso nuove
conoscenze e abilità, ma anche attraverso l ’acquisizione di nuovi strumenti
e sistemi di valori e il
riconoscimento delle proprie competenze. Gli
obiettivi della formazione nell’ambito della gestione dei rischi non possono
quindi limitarsi ad un trasferimento
di conoscenze o ad un apprendimento di capacità separate dal processo, ma
devono essere quelli di
sostenere ciascun operatore nell’acquisizione di abilità per l ’individuazione
dei rischi potenziali e la loro gestione.
Il soggetto deve essere quindi "attivato" verso la sicurezza e la
prevenzione. In particolare
una formazione contestuale all’analisi del processo di lavoro consente di
dimostrare ai lavoratori che
hanno sia il diritto che le abilità e le competenze per avviare i necessari
cambiamenti. Gli obiettivi
del processo di formazione, in particolare per quanto riguarda il rischio da
movimentazione di pazienti,
sono l ’acquisizione della capacità di riconoscere le situazioni di rischio,
la sensibilizzazione di tutti gli operatori
all’utilizzo di ausili, la possibilità di indurre proposte di miglioramento
espresse dal personale. In
ogni corso di formazione è stato introdotto un modulo di tre ore in cui gli
operatori di fisioterapia affrontano le
problematiche inerenti al rischio da movimentazione dei carichi per gruppi
omogenei di attività. La
progettazione del percorso formativo avviene in varie fasi, di cui la prima, al
momento dell’assegnazione dell’incarico
all’equipe di fisioterapia, consiste nell’acquisizione di una serie di
informazioni attraverso un contatto
diretto con il Nucleo del Medico Competente, che riguardano l ’organizzazione
del lavoro, la tipologia dei
pazienti, espressa come percentuale dei pazienti non autosufficienti in rapporto
al numero degli operatori per
turno, la presenza o meno degli ausili primari, degli eventuali ausili minori e
delle carrozzine, con le relative
annotazioni circa l ’adeguatezza, il numero e lo stato di manutenzione. In
seguito si fa un sopralluogo nel reparto con il preposto per valutare sul campo
gli spazi ed i problemi ad essi connessi,
ad esempio la possibilità di movimento, la disposizione dei letti e degli
arredi, gli spazi liberi intorno ad
essi, per conoscere le manovre che lo stesso personale ha indicato come
problematiche. Il materiale
di supporto da utilizzare durante gli incontri, viene preparato assieme ad un
piccolo gruppo di lavoro,
costituito su base volontaria, dagli stessi operatori coinvolti nel corso,
utilizzando una videocamera o le più
classiche diapositive. Rispettando
la regola che la migliore analisi biomeccanica è fatta "osservando
operatori esperti che operano ad un
ritmo normale ", si riproducono delle sequenze lavorative tra le più
impegnative, come ad es. per gli operatori
del 118 il momento della salita e della discesa delle scale con la barella,
oppure per gli operatori della radioterapia
il momento dell’utilizzo della lastre di piombo, fino alle più frequenti,
ordinarie e consuete come il riposizionamento
di un paziente a letto.
(4)
La preparazione e l ’elaborazione di questo materiale consente al gruppo dei
formatori di riconoscere, attraverso l
’analisi biomeccanica i motivi del potenziale sovraccarico della colonna
vertebrale, in quanto l ’obiettivo primario
è portare i corsisti ad un processo di verifica, in cui si valutano i gesti
abituali con la possibilità di confrontarli
con il maggiore o minore impegno del rachide in sequenze o possibili posizioni
alternative. Nell’espletamento
dell’attività formativa si è preferita la cosiddetta relazione orizzontale,
in cui il relatore non può
avere sempre ragione, piuttosto della relazione verticale, e ciò ha comportato
il mettersi in gioco in termini personali.
Si suddivide l ’intero
corso in modo da incontrare una ventina di persone alla volta; in questo modo è
possibile formare quattro o
cinque piccoli gruppi, ognuno dotato di proiettore, a cui viene data una
sequenza di diapositive
relativa ad una fase lavorativa, con le singole movimentazioni da analizzare
basandosi su una griglia di
autovalutazione ergonomica che viene consegnata ad ogni singolo operatore,
perché deve servire come traccia
per l ’autoverifica, in quanto contiene i punti essenziali che devono essere
valutati per rendersi conto del rischio
insito in quella specifica fase lavorativa. I
primi punti della griglia riguardano la valutazione dell ’autonomia residua
del paziente, la sua capacità collaborativa,
l ’osservazione dell’ambiente circostante, sia per quanto attiene ai
dispositivi a cui è collegato il paziente,
sia per quanto riguarda la posizione del letto e degli arredi che possono essere
di intralcio alla movimentazione.
Nella seconda parte della
scheda l ’operatore compie una minuziosa descrizione dei vari compiti
lavorativi, che deve
comprendere la descrizione e l ’approssimazione dell’entità del carico, la
descrizione dei movimenti di sollevamento,
abbassamento, spinta, traino o trasporto,la descrizione dell’ambiente
(illuminazione, terreno, etc.)
e il numero di persone che effettuano tale movimentazione. Particolarmente
importante è la descrizione della posizione del corpo, identificando la base d
’appoggio, la posizione
approssimata del baricentro, la posizione delle mani e la loro distanza dal
baricentro, il riconoscimento
delle leve muscolari che si utilizzano durante il proprio movimento e
soprattutto durante la movimentazione
del carico. A tutto questo va
aggiunta la capacità di riconoscere la potenziale presenza di situazioni
improvvise, che potrebbero
alterare l ’equilibrio e/o causare un sovraccarico muscolare (piede che
scivola, perdita della presa). Durante
questo lavoro il formatore ha il compito di supportare l ’analisi e di
chiarire eventuali dubbi biomeccanici
che sono alla base della buona tecnica, favorito dal rapporto orizzontale. La
metodologia dell’intervento formativo attivo prevede un tempo di supervisione
che non può essere compresso
e di solito è leggermente superiore al tempo concesso al gruppo. Nel
momento della supervisione, quando si riunisce l ’intero gruppo, dovrebbero
emergere cose da confermare, e
non da spiegare o da discutere, per non ricadere nel modello d ’ascolto, la
metodologia d ’aula viene così trasformata
in un processo di verifica. Altri
strumenti di apprendimento utilizzati durante i training di buona tecnica sono
la simulazione ed il role playing
utilizzando gli ausili presenti nei vari reparti, per effettuare le manovre
usuali. Riteniamo infatti importante
che ogni operatore possa provare le varie manovre per migliorare la tecnica e
per sentire, percepire l’utilizzo
della colonna vertebrale, capire quando viene sovraccaricata inutilmente e
riuscire a modificare positivamente
il proprio movimento. Riteniamo che senza questo lavoro di tipo percettivo sia
particolarmente difficile far
cambiare atteggiamenti scorretti o posture non ergonomiche. La
valutazione dell’attività formativa non potrà che basarsi sulla verifica dei
cambiamenti delle modalità di lavoro
e cioè, ancora una volta sull ’analisi, a distanza di tempo, dei processi di
lavoro.
Bibliografia
1. Maggi B.: Razionalità e benessere. Studio interdisciplinare dell ’organizzazione.
Milano: Etas Libri, 1990
2. Cristofolini A.: Formazione all ’analisi dei processi lavorativi per la
sicurezza e la qualità. Atti del VII Congresso Nazionale della Società di
Ergonomia, Firenze 26/28 settembre 2001
3. "La prevenzione del mal di schiena nella movimentazione dei malati
" N.O. Medico Competente e U.O. Medicina Fisica e Riabilitazione, A.P.S.S.
di Trento; collana Salus: 1998
4. Scheer S.J., Mital A: Ergonomics Arch. Phis. Med. Rehab. 1997:78,536 – 545
Autori: A.
Cristofolini, A. Grecchi*
N.O. Medico Competente APSS Trento
*U.O. Medicina Fisica e Riabilitazione APSS Trento
|