Info-crono-archivio

    

31 LUGLIO 2003

     

       

31/07/2003

Latex: florilegio allergologico - Il latex è costituente essenziale di una vasta gamma di prodotti dell’industria. Al rapido aumento della sua diffusione si è accompagnato un altrettanto rapido aumento delle reazioni allergiche da esso causate. Secondo la letteratura, circa l’1% della popolazione risulta sensibilizzata ed esso rappresenta un serio problema in soggetti sottoposti a ripetuti interventi chirurgici o esposti per motivi professionali (operatori sanitari, particolarmente di sala operatoria e di laboratorio, lavoratori dell’industria della gomma, giardinieri ecc.). Le reazioni vanno dall’orticaria alla dermatite da contatto, alla congiuntivite, alla rinite, all’asma, fino allo shock anafilattico (più frequente che con altri allergeni). L’allergia a latex, pertanto, può costituire seria limitazione o impedimento allo svolgimento di talune mansioni, con danno economico, oltre che sanitario, per l’individuo e per la collettività: uno studio sulle cause di servizio di operatori sanitari dello stato di Washington ha stimato in 2759,10 dollari il costo medio per lo Stato di un individuo con seri problemi di allergia a latex, senza considerare le perdite di produttività e di ore di lavoro. La diffusione del latex e la frequenza di reazioni gravi hanno determinato una presa di coscienza del problema non solo da parte dei pazienti, ma anche degli operatori e delle autorità sanitarie, con importanti risultati in termini di prevenzione (prodotti e ambienti "latex-free" o a limitato contenuto di latex, campagne informativo-preventive) e diagnosi (maggiore disponibilità e standardizzazione dei tests clinici e di laboratorio, controlli più accurati). Notevoli sono, tuttavia, gli errori ancora commessi. Talvolta, infatti, la presenza del latex è considerata così "normale" da non essere riferita dal paziente né essere indagata anamnesticamente dal medico, mentre in altri casi il latex è componente non immediatamente identificabile, non dichiarato o semplice contaminante di oggetti o materiali. La letteratura è ricca di "case reports" e ipotesi in tal senso. Salim e Warin hanno segnalato apparenti reazioni a farmaci topici, dimostratesi in realtà allergie ai guanti usati dagli infermieri durante l’applicazione dei medicamenti. In un altro caso, il latex dei pavimenti gommati era causa di ripetuti episodi di asma e rinocongiuntivite. I parrucchieri possono incorrere in reazioni allergiche IgE-mediate per l’uso di guanti in lattice a fini protettivi ovvero per l’impiego di sostanze adesive per capelli, contenenti latex. Nel caso segnalato da Fiocchi et al. le proteine del lattice erano presenti come contaminanti su biglie di PVC contenute in una vasca dell’area giochi di un fast-food. La contaminazione è possibile anche nell’industria alimentare (guanti di gomma, involucri), e reazioni ai residui contenuti nei cibi sono spesso erroneamente ritenute allergie al cibo. Infine, gli episodi di asma e le rinocongiuntiviti apparentemente privi di causa scatenante potrebbero essere dovuti, almeno in parte, al latex disperso nell’aria dal consumo degli pneumatici degli autoveicoli circolanti. Un altro elemento di difficoltà diagnostica è la natura stessa del latex: in esso sono presenti circa 60 polipeptidi potenzialmente allergizzanti, di cui solo 11 finora identificati ed isolati. I pochi dati attualmente disponibili permettono tuttavia interessanti riflessioni. Alcuni degli allergeni noti del lattice sono proteine con funzione di difesa o mantenimento dell’omeostasi della pianta (profiline, chitinasi), conservatesi pressoché immutate nel corso dell’evoluzione (cosiddetti "panallergeni vegetali"). Anche alcuni domini "hevein-like" (simili a porzioni della heveina, uno degli allergeni "maggiori" del lattice) si sono conservati nel corso dell’evoluzione e si trovano in diverse proteine vegetali. Ciò può spiegare la cross-reattività del latex con numerosi frutti, piante e derivati vegetali in genere, talmente frequente che alcuni autori hanno addirittura coniato i termini di "latex-fruit syndrome" e di "latex-fruit-pollen syndrome". I pollini più frequentemente responsabili sono quelli di Betulacee e Graminacee. È stato anche segnalato che la superossido dismutasi di Aspergillus fumigatus presenta reattività crociata con quella di Hevea brasiliensis (Hev b 10). Anche nel campo delle cross-reattività non mancano episodi particolari: Richter e Susicky hanno segnalato un paziente sensibile a latex che ha manifestato reazioni allergiche ad uno shampoo contenente un olio estratto dalla banana; Maillard et al. hanno riscontrato cross-reattività tra spinaci e latex in un soggetto con anafilassi da esercizio fisico associato all’ingestione di spinaci. Hanninen et al. hanno mostrato che il contenuto allergenico può dipendere dai trattamenti subiti dalla pianta, cosa che introduce un ulteriore elemento di variabilità. Il latex presenta cross-reattività anche con lo scarafaggio (Blatella germanica), spesso presente nelle case e responsabile soprattutto di affezioni delle vie respiratorie. Quirce et al. hanno riferito di un soggetto con tosse cronica dovuta a bronchite eosinofila indotta da latex, mentre Abech et al. hanno addirittura riportato un caso di rigetti di trapianto ripetutisi fin quando l’intervento chirurgico non è stato eseguito in ambiente "latex-free". In conclusione, la diffusione e la pericolosità dell’allergia a latex, nonché le possibili conseguenze sulla qualità di vita, anche lavorativa, impongono, particolarmente al medico del lavoro, al dermatologo ed all’allergologo, di conoscere approfonditamente il problema e di tenerne debito conto nel quotidiano svolgimento della propria attività assistenziale. È importante che domande volte ad accertare l’eventuale sensibilizzazione alla gomma entrino nella routine anamnestica degli episodi allergici, particolarmente in caso di soggetti "a rischio", diffidando sempre dei casi "troppo" semplici: la filosofia del "post hoc ergo propter hoc" può risultare ingannevole e dannosa. Ylitalo et al., per esempio, hanno evidenziato la presenza di caseina (usata come stabilizzante) in alcuni guanti di gomma: l’uso di questi da parte di un soggetto allergico a latte di mucca potrebbe causare reazioni IgE mediate, che un superficiale esame indurrebbe a diagnosticare "tout court" come allergia al latex!

Autore: F. Guarneri - Università degli Studi di Messina - Dipartimento di Medicina Sociale del Territorio - Sezione di Dermatologia

     

       

31/07/2003

L’importanza della terapia anticolinergica nella valutazione del rischio di polineuropatia ritardata da esteri organofosforici: l’esempio dell’isofenfos - Una singola dose di alcuni insetticidi organofosforici causa polineuropatia ritardata nell’uomo e nell’animale da esperimento (la gallina). Le dosi neuropatiche sono molto superiori a quelle che causano la sindrome colinergica acuta (Moretto e Lotti, 1998). Questo si correla ad una sensibilità all’inibizione dell’acetilcolinesterasi (AChE), bersaglio della tossicità acuta, maggiore di quella della neuropathy target esterase (NTE), bersaglio della polineuropatia ritardata. Nella gallina la somministrazione di 90 mg/kg per os dell’insetticida organofosforico isofenfos causava una inibizione di oltre il 95% di AChE e del 70-80% di NTE che si manteneva per alcuni giorni. Infatti, la ricomparsa dell’attività iniziava circa 6 giorni dopo il trattamento. Conseguentemente si osservava una grave sindrome colinergica che persisteva per circa una settimana. Nonostante la terapia con atropina e con ossime con somministrazioni ogni 8-12 ore per 5-7 giorni, la mortalità degli animali trattati è stata elevata (30-50%). Nei sopravvissuti si è sviluppata dopo 12-15 giorni una polineuropatia di media gravità. Però, noi avevamo descritto un caso di gravissima polineuropatia ritardata sviluppatasi 2 settimane dopo un tentativo di suicidio con una miscela di due insetticidi organofosforici, isofenfos e phoxim (composto che non causa polineuropatia ritardata) e che era stata preceduta da una sindrome colinergica modesta e di breve durata (Moretto e Lotti, 1995). Le dosi stimate erano: isofenfos 500 mg/kg e phoxim 125 mg/kg. La terapia con atropina e ossime era stata rapidamente instaurata e proseguita ad alte dosi in infusione continua per circa 10 giorni.
Per
spiegare la discrepanza fra i dati sperimentali e il caso clinico, avevamo avanzato le seguenti ipotesi:
a) differenze di specie nella attivazione metabolica
dell’isofenfos o nella sensibilità dei bersagli delle tossicità; b) interferenza del phoxim sul metabolismo dell’isofenfos; c) promozione (aggravamento dell’espressione clinica e morfologica della polineuropatia ritardata causato da alcuni inibitori non-neuropatici delle esterasi) della polineuropatia da isofenfos da parte del phoxim; d) effetto della terapia anticolinergica aggressiva e prolungata somministrata al paziente.
a) L’isofenfos è stato incubato con microsomi epatici della gallina o
dell’uomo a concentrazioni e per tempi variabili. Il sovranatante della reazione, contenente i metaboliti attivi dell’isofenfos, è stato poi testato su AChE e NTE di gallina e di uomo. Non si sono osservate significative differenze di specie nella velocità di attivazione/inattivazione dell’isofenfos e nella sensibilità all’inibizione in vitro degli enzimi bersaglio delle tossicità (AChE e NTE).
b) il phoxim è stato somministrato contemporaneamente o a distanza
di 24 ore a galline in associazione all’isofenfos. L’entità e il timecourse dell’inibizione di AChE e NTE causati dall’isofenfos non sono stati modificati dalla somministrazione di phoxim. Ciò indica che il phoxim non interferisce con il metabolismo dell’isofenfos in vivo.
c) Il phoxim è stato somministrato ad animali che avevano ricevuto una
dose marginalmente neuropatica di isofenfos o di altri organofosforici sperimentali che causano polineuropatia ritardata senza causare sindrome colinergica. Il phoxim si è dimostrato senza effetto promuovente visto che la gravità della polineuropatia negli animali trattati con phoxim non era diversa da quella negli animali trattati solo con l’organofosforico neuropatico.
d) È noto che la emivita plasmatica dell’atropina e delle ossime è molto
rapida e che l’effetto di questi farmaci è legato alla loro concentrazione nel plasma. Pertanto la somministrazione in infusione continua, non facilmente praticabile nell’animale da esperimento, è necessaria per un trattamento efficace dell’intossicazione da organofosforici con lenta tossicocinetica. Infatti la somministrazione di una singola dose di ossime nella gallina causava un ritardo della comparsa di inibizione dell’acetilcolinesterasi di sole 2 ore. Se, per mantenere a lungo una concentrazione sufficiente di ossime, le somministrazioni venivano ripetute ogni ora, non si aveva significativa inibizione dell’AChE né comparsa di segni clinici colinergici, se non qualche ora dopo l’ultima somministrazione. Abbiamo pertanto concluso che la discrepanza nella gravità della sindrome colinergica osservata nella gallina e nell’uomo era verosimilmente dovuta alla migliore terapia ospedaliera (infusione continua) rispetto a quella possibile nell’animale da esperimento. Poiché l’infusione continua non è di solito eseguita negli animali da esperimento, è evidente che, se correttamente trattati, gli uomini possono sopravvivere a più elevate dosi di composti con lenta tossicocinetica, quali l’isofenfos. Questa informazione deve essere tenuta presente nella valutazione del rischio di polineuropatia per l’uomo da parte di insetticidi organofosforici con queste caratteristiche tossicocinetiche.

Bibliografia
Moretto A, Lotti M. Poisoning by organophosphorus insecticides and sensory neuropathy. J Neurol Neurosurg Psych 1998; 64: 463-468.
Moretto A, Lotti M. Un caso di polineuropatia ritardata da isofenphos (insetticida organofosforico). In: Atti del LVIII Congresso Nazionale della SIMLII, Bologna 1995; 329-333.

Autori: A. Moretto, M. Lotti - Dipartimento di Medicina Ambientale e Sanità Pubblica, Università degli Studi di Padova.

     

       

31/07/2003

Infortuni dei lavoratori extracomunitari - Lo scorso 7 luglio l'INAIL ha presentato il Rapporto Annuale 2002. Il quadro viene completato da una prima riflessione sul fenomeno degli infortuni dei lavoratori extracomunitari. Gli infortuni sono stati 76.600, pari al 7,9% del totale nazionale (967.785); nello stesso anno si sono verificati 91 casi mortali corrispondenti al 6,5% del totale nazionale (1.397). Mettendo in relazione questi dati e quelli forniti dall'Osservatorio INPS, secondo il quale sono oltre 1.800.000 gli extracomunitari ufficialmente occupati nel nostro Paese, si rileva un indice di incidenza infortunistica pari a 41,7 per 1000 occupati, inferiore al valore medio nazionale (45,3) anche se per gli extracomunitari e' verosimilmente presente una minore propensione alla denuncia degli infortuni. Gli infortuni riguardano principalmente uomini (85,1%) e classi di età giovanili (oltre il 95% ha meno di 50 anni), e le comunità più interessate al fenomeno infortunistico sono quella marocchina (22,7% del totale infortuni), l'albanese (11,7%) e la tunisina (7%).

     

       

31/07/2003

Disegno di Legge sull'energia - Lo scorso 18 luglio la Camera ha approvato in prima lettura il DdL energia (35 articoli rispetto ai 27 originari). Il testo e' passato ora all'esame del Senato (S2421) e verra' assegnato alla Commissione Industria, in sede referente. Le novita' principali apportate alla Camera riguardano l'introduzione della responsabilita' civile "per gli atti e comportamenti posti in essere dai componenti" dell'Autorita' per l'energia, nonche' nuove modalita' di autorizzazione alla costruzione ed esercizio di elettrodotti, oleodotti e gasdotti facenti parte delle reti nazionali: si prevede che essa sia "rilasciata dalle amministrazioni statali competenti mediante un procedimento unico", stabilendo un termine di sei mesi per l'emanazione di un DPR con le relative norme di attuazione.

    

      

31/07/2003

Rumore da traffico stradale - Sono in arrivo nuove norme per limitare il rumore provocato dal traffico. Le ha dettate il Consiglio dei Ministri, che lo scorso 25 luglio 2003 ha approvato un DPR che stabilisce "le norme per la prevenzione ed il contenimento dell'inquinamento da rumore avente origine dall'esercizio" di infrastrutture stradali, esistenti o di nuova realizzazione. Il provvedimento (ora in attesa dei pareri del Consiglio di Stato e della Conferenza Unificata) regolera' il rumore proveniente da autostrade, strade extraurbane principali, strade extraurbane secondarie, strade urbane di scorrimento, strade urbane di quartiere e strade locali.
Per ognuna delle infrastrutture succitate il DPR individua una fascia di pertinenza acustica per la quale stabilisce i limiti di immissione del rumore (diversi a seconda che le infrastrutture siano esistenti od in
fase di nuova realizzazione, e cioe' in fase di progettazione alla data di entrata in vigore del DPR), derogando cosi' ai valori di attenzione, di qualita', ed ai valori limite di emissione stabiliti dal DPCM 14 novembre 1997 (recante "Determinazione dei valori limite delle sorgenti sonore"). Le autostrade, le strade extraurbane e le strade urbane di scorrimento (così come definite dall'articolo 2 D.Lgs. 285/1992 - Nuovo Codice della strada) sia gia' esistenti che di nuova realizzazione, avranno così una fascia di pertinenza di 250 metri, mentre le strade urbane di quartiere (cioe' le strade "ad unica carreggiata con almeno due corsie, banchine pavimentate e marciapiedi") e le strade locali avranno fasce territoriali di pertinenza di 30 metri.

  

   

31/07/2003

Aumentano le malattie da lavoro - Sono in aumento in Italia le malattie da lavoro tanto che, secondo le stime piu' recenti, oltre 40.000 inabili permanenti l'anno si sommano agli invalidi da lavoro. Portare alla luce questo fenomeno, ancora sommerso, dal costo sociale di circa 57.000 miliardi di vecchie lire, e' l'obiettivo dell'accordo firmato recentemente da medici di famiglia e Cgil. L'intesa, che intende portare alla luce le malattie da lavoro ancora sconosciute, e' stata conclusa tra la Federazione italiana dei medici di famiglia (Fimmg), Inca Cgil e Fp Medici Cgil.

 

    

''L'ANGOLO DELLA SICUREZZA ALIMENTARE''

''FOOD SAFETY'S CORNER''

 

 

31/07/2003

Necessità energetiche e nutritive nell'attività sportiva - Questa settimana segnaliamo ai nostri gentili visitatori la pubblicazione "Necessità energetiche e nutritive nell'attività sportiva" (13 pagine in formato PDF), a cura dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione.

  

  

31/07/2003

Alla ricerca della frutta perduta - Cosa c’è di meglio della frutta in queste afose giornate estive? Leggera, rinfrescante, gustosa e soprattutto varia. E pensare che le specie che conosciamo sono solo una piccola parte di quelle esistenti!
Ci sono infatti numerosissime cultivar a rischio di estinzione a causa della forte omogeneizzazione imposta dalle richieste del mercato, orientato verso una standardizzazione del prodotto.
Per contrastare questa tendenza e mantenere in vita antiche varietà locali di frutta, la Sezione di Sassari dell’Istituto di Scienza delle Produzioni Alimentari (ISPA) del CNR di Bari conduce da tempo studi sulla biodiversità.
Il primo e non semplice lavoro svolto dai ricercatori del CNR è stato quello di raccogliere informazioni sulle tante varietà di frutta sarda ormai quasi del tutto scomparse.
Girando fra i campi e gli orti dei vecchi contadini, parlando con i tecnici e gli anziani, si è scoperto così che esistono oltre 100 varietà di pere di cui molte a rischio di estinzione, tra quelle più diffuse ricordiamo la Camusina, particolarmente gustosa e precoce, la Sanguigna così chiamata perché la parte più interna della polpa è rossa, la Natalina , pera invernale dal sapore leggermente aspro.
 Il melo conta circa 30 varietà, tra queste le più rinomate sono la mela Appio, che si distingue per il sapore intenso dato dalla presenza di sorbitolo nella polpa, la Miali , molto delicata e dolce, la De jerru de aritzo , che si conserva molto a lungo. Venticinque sono invece le cultivar di ciliegie in pericolo e tra queste si possono menzionare la Furistera dolce e croccante, la Tenalgia piccola e intensamente profumata e la Carruffale precoce e agrodolce.
Tra le vecchie varietà di susino - circa 30 - sono state recuperate la Limuninca di colore giallo intenso, la Corittu a forma di cuore e la Sighera dal sapore intensamente aromatico.
Tra le varietà di fico, specie molto diffusa negli ambienti naturali sardi, meritano di essere citate la Monteleone con la buccia dal colore nero, la Rampellina con frutti di grandi dimensioni e gustosissimi e la Bianca, che dà una prima produzione a fine giugno con frutti molto grossi e dal sapore delicato ed una a fine estate con frutti più piccoli ma con un elevato tenore zuccherino.
Delle numerosissime varietà antiche individuate si è prelevato materiale genetico che è stato poi innestato su piante delle rispettive specie o di specie affini resistenti al terreno: le varietà di pero sul cotogno BA29, quelle di melo su M26, quelle di susine sul mirabolano, mentre per le ciliegie si è utilizzato il colt. Nessun innesto è stato necessario per le cultivar di fico, essendo questa una specie che si radica facilmente al terreno, anche se ci si limita semplicemente a piantarne un ramo.
Le varietà ottenute sono state trasferite in un campo del CNR destinato alla collezione del germoplasma allo scopo, innanzitutto, di salvaguardarle dall’estinzione, ma anche di offrire ad altre istituzioni scientifiche la possibilità di utilizzarle per programmi di miglioramento genetico delle varie specie.
Obiettivo fondamentale della ricerca è comunque anche il rilancio delle varietà recuperate. Per promuoverle adeguatamente e favorirne la diffusione, la Sezione sta eseguendo una valutazione completa di ciascuna cultivar, esaminandone tra l’altro la resistenza alle malattie, agli insetti, la fisiologia della maturazione, la conservabilità, il gusto, le qualità nutritive e il possibile impiego nell’industria alimentare per ottenere succhi, marmellate o farciture per biscotti o torte.
Per facilitare la diffusione di tali specie la Sezione ha avviato, inoltre, collaborazioni con vari Consorzi agricoli e ha messo a loro disposizione campi dimostrativi nei quali i frutticoltori possono recarsi per osservare e assaggiare le varietà “salvate”.

Autore: Rita Bugliosi
Fonte: Mario Agabbio, Salvatore D’Aquino, Sezione di Sassari dell’Istituto di Scienza delle Produzioni Alimentari del CNR, Bari, tel. 079/233466, e-mail: daquino@ss.cnr.it
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31/07/2003

Addio vongole nostrane - Con l'arrivo dell’estate è d'obbligo assaporare un gustoso piatto a base di vongole. Nei menù dei ristoranti le troviamo in umido come antipasto, negli spaghetti, nei risotti e nelle zuppe.
Questi molluschi bivalvi, molto diffusi nel Mediterraneo, sono tipici della gastronomia italiana e rappresentano non solo una prelibatezza alimentare, ma anche una notevole risorsa economica per il nostro Paese. La loro richiesta sul mercato è talmente cresciuta negli ultimi tempi da favorire la rapida diffusione di impianti di acquacoltura che hanno determinato anche un considerevole indotto occupazionale.
Da importatori siamo diventati esportatori di questi molluschi il cui commercio rappresenta una voce decisamente attiva nel nostro bilancio. Tuttavia, non tutti sanno che l'incremento della loro produzione in Italia si deve ad una ricerca, durata quindici anni, condotta dal dottor Paolo Breber dell'Istituto di Scienze del Mare del CNR (Sezione di Lesina), in collaborazione con il Consorzio per lo Sviluppo dell'Acquacoltura nel Veneto (CoSPAV) e un centro di ricerca situato a Chioggia (Ve) ormai soppresso. La vera protagonista di questo incremento non è stata però la vongola nostrana, ma quella filippina che oggi fa da padrona sui banchi delle pescherie.
La ricerca del CNR si era inizialmente rivolta all'allevamento della vongola verace indigena, la "Tapes decussatus",  una specie pregiata che vive in acque lagunari basse e riparate, caratterizzate da buone correnti, da fondali sabbioso-fangosi e ricchezza di microalghe che rappresentano un importante alimento. Ma la difficoltà di reperire il seme e di far riprodurre in condizioni controllate la decussatus hanno indotto Breber a sperimentare l'allevamento della vongola verace filippina, la "Tapes philippinarum", il cui seme era facilmente reperibile negli schiuditoi in qualsiasi stagione e in grandi quantitativi, e presentandosi molto simile all'occhio e al gusto alla prima, costituiva un ottimo succedaneo.
Le due specie non sono facili da distinguere dal guscio, ma, poste in acqua, la nostrana mostra due sifoni separati, mentre la filippina presenta due sifoni uniti per i tre terzi della lunghezza come canne di una doppietta.
Le prove di allevamento effettuate per la prima volta nel 1983 nelle acque di Venezia, vicino Chioggia, hanno dato subito ottimi risultati da indurre molti privati ad impiantare, con il supporto scientifico del CNR, i vivai di vongola filippina nell'estremità settentrionale dell'Adriatico, nel delta del Po, nella sacca di Goro, nelle lagune di Varano in Puglia, di Mistras e S. Antioco in Sardegna.
Oggi questa specie si è diffusa spontaneamente in Adriatico e si assiste, da nord a sud, ad un'abbondante pesca della specie selvatica, sviluppatasi cioè al di fuori dei vivai, che ha occupato in taluni casi la stessa nicchia ecologica della indigena. Secondo il Breber, la filippina non ha spodestato la nostrana, ma ha semplicemente occupato uno spazio disponibile.
Rimanendo in tema di vongole, c'è da sottolineare che lo stesso Istituto del CNR, nella persona del dottor Pasquale Trotta, ha coordinato un progetto POM (Programma Operativo Multiregionale), che prevede lo studio della "Chamelea gallina", megli o conosciuta come vongola "comune" o lupino, diffusa in tutto il litorale adriatico, caratterizzata da un guscio piatto, a ventaglio, percorso da righine trasversali a zig-zag, di varia tonalità dal marrone al celeste.
Si tratta di un mollusco non allevabile, reperibile soltanto in banchi selvatici, pertanto ha un elevato valore commerciale.
Questa peculiarità ha spinto i ricercatori a studiarne i cicli di maturazione e di produzione, limitatamente ai fondali tra Molise ed alta Puglia, affinché le categorie professionali di pesca possano richiedere per tale specie il marchio di qualità europeo (IGP, DOP).
L'iniziativa vede coinvolti l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell'Abruzzo e Molise e le ERSA delle due regioni. Il riconoscimento del marchio, oltre alle ovvie ricadute economiche, avrebbe come effetto quello di sensibilizzare i pescatori ad un'attività più responsabile che garantisca la sopravvivenza dei banchi di "Chamelea gallina" e la tutela degli equilibri ambientali.

Autore: Sandra Fiore
Fonte: Paolo Breber, Pasquale Trotta, Istituto di Scienze del Mare del CNR, sezione di Lesina, (FG) tel. 06/0882/992702, fax 0882/991352; e mail: isec@area.ba.cnr.it
Per saperne di più: 
Ricerca e Futuro n 6

  

  

31/07/2003

''GLI OGM? MIGLIORANO SOLO LA QUALITA'''  - Il professor Spena, inventore della melanzana senza semi, difende l’ingegneria genetica.
In questi giorni si fa un gran dibattere sui cosiddetti Ogm, ossia gli organismi geneticamente modificati, anche perché si susseguono a raffica le ordinanze di distruzione delle piantagioni di vegetali (primo tra tutti il mais) seminate e disseminate in varie parti d’Italia.
La cosa dispiace, e molto, nella facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali dell’Università di Verona, e specialmente nel corso di laurea in Biotecnologie agro-industriali. Qui, nel dipartimento scientifico e tecnologico, conduce le sue ricerche uno dei massimi esperti mondiali di modificazione genetica dei vegetali, che ha al suo attivo alcune scoperte che ha già brevettato, il professor Aneglo Spena, 49 anni, ordinario di biologia molecolare vegetale e fresco presidente del corso di laurea. Professor Spena, lei ha acquisito notorietà con la melanzana senza semi. A cosa sta lavorando ora?
«Con la melanzana abbiamo inziato nel ’97. Poi abbiamo fatto il pomodoro senza semi e stiamo sperimentando sulla vite».
Perché cerca di creare ortaggi senza semi?
«L’obiettivo è rendere indipendente lo sviluppo del frutto dall’impollinazione, che è un fattore limitante in condizioni ambientali avverse».
Potrebbero già entrare in produzione?
«C’è tutto un lungo iter scientifico da seguire prima. Inizialmente si verifica il concetto in laboratorio. Quindi si passa a una verifica in diverse condizione pedoclimatiche della produttività e della qualità. Quando per diversi anni e in diverse condizioni si verifica il vantaggio produttivo e qualitativo, si iniziano a fare analisi sul prodotto. Con la melanzana siamo arrivati qui. Solo a questo punto, dopo aver valutato l’equivalenza o il miglioramento rispetto a un altro genotipo e aver fatto tutte le analisi allergologiche e tossicologiche, se tutto va bene, si può partire con la produzione. Stiamo parlando di un arco temporale di sette-otto anni».
Ci sono state innovazioni nella sua ricerca in questi ultimi tempi?
«Con le metodiche molecari stiamo aggiungendo altri controlli di qualità, come l’analisi dell’intero trascrittoma (una mappatura particolare che esprime tipi, specialità e competenze cellulari, ndr) del frutto, sia modificato sia non e in diverse condizioni. Non c’è mai stato nessun alimento che vi sia stato sottoposto. Si andrà verso un nuovo concetto di qualità. E noi stiamo utilizzando questo prototipo per arrivare a una definizione della qualità che mai nessuno ha fatto prima su un frutto».
La ricerca sugli Ogm punta anche a creare nuove forme di difesa dei prodotti?
«Non se ne parla, ma uno dei grandi contributi dell’ingegneria genetica è la scoperta di meccanismo autonomo di difesa dai virus dei vegetali che non si conosceva fino a cinque anni fa. Finora non avevamo strumenti contro questi virus, adesso abbiamo dei modi di potenziare le difese endogene della pianta con l’ingegneria genetica. L’abbiamo scoperto, l’abbiamo capito e ora lo possiamo utilizzare, come nel caso della sciarca. L’unica alternativa era la distruzione delle piante». Critica chi sta facendo di ogni erba un fascio?
«L’ingegneria genetica vegetale è partita trent’anni fa per superare i limiti del miglioramento genetico classico. Paradossalmente oggi qualcosa di cui conosciamo molto di più viene rifiutato. Le faccio un esempio: potremmo rinunciare all’uso del coltello perché può servire per uccidere oltre che per mangiare?»
Però c’è sempre un margine di rischio, di incontrollabilità...
«Usando l’agricoltura ci sono stati molti più rischi negli ultimi quattromila anni di adesso. Prima non sapevamo e facevamo. Adesso sappiamo e non facciamo. Il problema è diverso. Quando arriveranno i primi prodotti Ogm con standard di qualità due o tre volte superiori ai prodotti normali, i consumatori chiederanno forse lo stesso criterio di qualità per quello che fino ad adesso si considera sano».
Lei dice che molti coltivatori potrebbero trovarsi fuori mercato?
«Quelli che non sono innovativi spariranno. Non a caso stiamo assistendo all’implosione del miracolo economico del Nord Est dopo che la Cina è arrivata con l’innovazione tecnologica che qui era stata snobbata. Senza innovazione si finisce».
Non ci sono rischi, quindi, secondo lei, a consumare prodotti Ogm.
«Noi oggigiorno mangiamo i migliori prodotti ortofrutticoli mai mangiati. E abbiamo in Italia una delle migliori produzioni dell’Europa e del mondo come qualità e sicurezza. Possiamo e dobbiamo ancora migliorare».
Ma così non si forza la natura?
«L’agricoltura non è natura. La pratica agricola è l’opposto della natura. Un campo di mais è un fenomeno non naturale. In natura non esiste un campo in cui c’è una sola specie. Quindi l’agricoltura comporta sempre una modifica dell’ambiente: bisogna piantare, controllare le infestanti, mettere solo una specie vegetale - e modificata - per migliorare la produzione...».
Professore, lei ha già mangiato i suoi pomodori e le sue melanzane ogm?
«Certo».
Come sono?
«I pomodori sono sostanzialmente identici per qualità al genotipo di partenza, con la sola differenza dei semi. Le melanzane, invece, sono decisamente migliori e possono essere ancora migliorate».

Fonte: L'Arena, 23 luglio 2003

      

            

31/07/2003

Diossina nella Campania - D.L 24/7/2003, n. 192:
Interventi urgenti a favore del comparto agricolo colpito da eccezionali avversita' atmosferiche e dall'emergenza diossina nella Campania.
(G.U.R.I. n. 172 del 26/7/2003)

         

 

                             
                             
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